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C'era una volta Internet (pt. 1)

TRAGEDIA IN 5 ATTI

Prologo

Internet è entrata nelle nostre vite al punto che ce ne accorgiamo solo quando non funziona. Nei paesi più avanzati è diventata l'infrastruttura che sostiene tutti i servizi e le attività lavorative, il che significa che ormai è letteralmente indispensabile come l'energia elettrica.

Eppure la sua esistenza ha origini recenti: il debutto pubblico di Internet si fa risalire generalmente al 1989, e già nel 1997 tutti gli stati del mondo erano connessi.
Nessuna altra tecnologia è mai riuscita ad avere un impatto così forte sull'intero pianeta in un tempo così breve.

Chi è abbastanza vecchio da avere visto il mondo prima del suo avvento ha sperimentato direttamente la profondità del cambiamento. Chi è nato dopo invece deve fare uno sforzo per immaginare come si potesse vivere senza (“…usavate le enciclopedie?!”).

Questo articolo vuole fare qualche riflessione su cosa è diventata internet oggi, ma è difficile capire il presente senza conoscere il passato. Bisogna prima ripercorrere un po' di storia per inquadrare lo scenario. Tranquilli, è in linguaggio 'da bar'. Niente diluvi di sigle e termini tecnici, giusto qualcuno.

Questa è la storia di un'idea che è diventata un sogno che è diventato un incubo.

Tutto inizia negli anni '60, quando gli USA erano indietro nella corsa allo spazio con l'URSS. in America c'erano tanti computer sparsi in varie università e centri di ricerca, ma siccome non erano collegati tra loro non c'era modo di 'aggregare' le loro risorse per sfruttarli meglio. Così nel 1966 il dipartimento della Difesa decise di finanziare un progetto per risolvere questo problema.

Il progetto venne chiamato ARPANET – ARPA dal nome dell'agenzia che lo finanziava1), e NET da network – vide la luce nel 1969 ed è il progenitore di Internet. Il suo scopo era appunto quello di permettere a tutti quei computer solitari di comunicare tra loro.

La scelta vincente fu quella di utilizzare per la prima volta su larga scala una nuova tecnologia di comunicazione.
Pensate a una rete da pesca, in cui ogni nodo della maglia è capace di ricevere un messaggio e di passarlo ad un altro nodo.

Il principio è semplice. Invece di spedire un libro tutto intero, lo si fa a pezzi ed ogni pagina viene spedita come un messaggio separato. Il destinatario rimette in ordine tutte le pagine ricrea il libro.

Il bello è che ogni messaggio può seguire un percorso diverso all'interno della rete per arrivare a destinazione. Se un nodo di questa rete ha un guasto, opportuni algoritmi sanno come aggirarlo dirottando i messaggi su un altro percorso intatto.

Oltre a sapersi 'riparare' da sola, questa rete garantisce anche che il percorso da una sorgente ad una destinazione sia sempre il più breve possibile.
Era una soluzione talmente efficace e robusta che ad oggi nessuno ne ha trovata una migliore.


Curiosità

Questa tecnologia è nota come “commutazione di pacchetto” e venne ideata da Paul Baran2), un polacco che immigrò in America nel 1928. Egli elaborò questa idea nel 1960, ma era troppo rivoluzionaria e nessuno lo prese in considerazione per quasi 10 anni. Ricevette il dovuto credito solo dopo la creazione di ARPANET.

Ora considerate che l'ipotetico “guasto” potrebbe anche essere provocato da una bomba (meglio se atomica, argomento sensibilissimo in quegli anni) e capirete quanto fosse desiderabile per le forze armate avere una rete di comunicazione che continuasse a funzionare anche in situazioni del genere. A sua volta, questo lascia intuire come mai l'intero progetto venne finanziato dalla Difesa.

Il primo messaggio che viaggiò su ARPANET partì la sera del 29 Ottobre 1969, diretto dall'Università di Los Angeles allo Stanford Research Institute (entrambi in California) e consisteva di un comando per accedere al computer di Stanford.

Si schiantò tutto a metà della prima parola, ma in quel preciso istante iniziò una nuova epoca. Una targa commemorativa dell'evento è stata posta all'università di Los Angeles:

Per arrivare a quel momento c'erano voluti quasi 5 anni, ma una volta che ARPANET fu operativa divenne presto evidente che offriva grandi opportunità.

Nel 1971 venne spedito il primo messaggio di quella che nel 1979 sarebbe stata ribattezzata come E-mail.

La chiocciolina '@' che oggi conoscono anche i sassi fu una pensata di Ray Tomlinson. Doveva trovare un modo per associare gli utenti al computer su cui lavoravano, e propose il formato utente@computer.

In quel momento non immaginava certo che la sua scelta sarebbe diventata una icona globale.

Ray Tomlinson che se la ride, con la sua chiocciola

In pochi anni ARPANET si era allargata fino a diventare troppo grande per continuare ad essere gestita da un unico ente, così si iniziò a suddividerla in tanti pezzi più facili da amministrare. Nel frattempo però erano nate anche altre reti, ma siccome non tutte funzionavano in modo identico si ripresentò di nuovo il problema originale, ma in termini nuovi: non più “come fare parlare tanti computer tra loro”, ma “come fare parlare tante reti tra loro”.

Venne risolto introducendo nel 1974 una sorta di 'esperanto per computer'3) che venne presto adottata da tutti, e questa fu un'altra pietra miliare.

Ora reti diverse in posti diversi potevano comunicare, e non era scritto da nessuna parte che tutte le reti dovessero stare nello stesso paese o continente… l'orizzonte si allargava.

Il prossimo problema che si presentò fu che il numero di computer contiuava ad aumentare, e ad un certo punto diventò difficile tenere traccia di tutti.

Così come una persona che mi vuole mandare una lettera deve sapere il mio indirizzo, anche un computer che vuole collegarsi ad un altro deve sapere il suo indirizzo.

Fino a quel momento era stato usato un modo molto artigianale, nel senso che qualcuno teneva aggiornata a mano una lista di nomi e indirizzi e poi la mandava a tutti i computer, ma questo regge solo finchè non ce ne sono più di tanti.

Anche questo problema venne risolto (1983) creando un sistema di catalogazione automatico e distribuito4), che si può immaginare come l'equivalente di un elenco telefonico dei computer.


Curiosità

Ogni volta che qualcuno digita un nome come ecopiteco.it per “chiamare” un altro computer, va a consultare questo elenco.
Dagli anni 80 in poi le dimensioni dell'elenco non hanno mai smesso di crescere, ed oggi ha raggiunto dimensioni ciclopiche: contiene oltre 800 milioni di nomi.

Ricordate quando in ogni casa venivano distribuiti quei massici elenchi telefonici cartacei? Pensate alla mole che avrebbe questo elenco (e a un mondo privo di alberi).

Allo stesso modo, uno ad uno vennero affrontati e risolti tanti altri problemi tecnici, e il 1 gennaio 1983 l'interconnessione tra tutte le reti venne ufficialmente battezzata “Internet”, abbreviazione di Interconnected network, la 'rete di reti'.


Prima di proseguire, una piccola digressione per rimettere in prospettiva quanto detto finora.

Fino al 1981, i computer di cui stiamo parlando non erano certo come quelli che abbiamo in casa oggi.

I più piccoli erano grandi come armadi, e avevano dei costi tali che solo le grosse aziende potevano permettersi di sostenere. Nessuno di essi aveva una interfaccia grafica, e i terminali erano telescriventi a rullo di carta.

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Un PDP-10 col suo terminale 'a carta'
(era uno di quelli 'piccoli')

I computer più grandi avevano di solito una unica video console principale, ma gli utenti che ci lavorvano dovettero aspettare fino al 1975 perchè cominciassero a diffondersi dei video terminali monocromatici a caratteri. Le prestazioni di quei computer erano di tutto rispetto per l'epoca, ma infime rispetto ad oggi. La velocità di comunicazione di ARPANET era di soli 64Kpbs, ma allora era l'ultimo dei problemi.

Per chi non ne avesse mai visto uno: terminale video a caratteri



Due numeri per rendere l'idea

Nel 1968 l'UNIVAC 1108 aveva una CPU a 1.3 MHz, 1 MB di RAM e un disco da 100 MB, che in quegli anni erano caratteristiche di frontiera.
Costava quasi 2 milioni di dollari, solo il disco pesava più di due quintali e il tutto occupava un salone intero.

UNIVAC 1108 - era un mostro

Oggi perfino i distributori automatici di merendine hanno una potenza di calcolo molto (ma molto) più alta. Paragoni come questo sono vili e di pessimo gusto, ma danno l'esatta misura di quanto siano cambiate le cose.
Rivolgete un pensiero gentile al vecchio mostro, quelli erano altri tempi davvero.


Torniamo a noi. Nel 1981, appunto, ci fu un altro colpo di scena perché IBM lanciò il Personal Computer. Non che lo regalassero, costava $1565 (equivalenti a $5410 del 2024), ma il prezzo divenne accessibile ai comuni mortali nel giro di pochi anni.

Fino ai primi anni 80 l'uso della rete era rimasto confinato principalmente agli scienziati, ma a questo punto la disponibilità delle reti unita alla disponibilità dei PC innescò il prossimo salto di qualità: si avvicinava l'ora di aprire l'accesso a Internet anche al pubblico.

La registrazione del primo dominio commerciale (symbolics.com) avvenne del 1985, presto seguito da molti altri.


Internet in Italia

Il 30 Aprile 1986 venne realizzata la prima connessione ad ARPANET in Italia, tra il CNUCE-CNR5) di Pisa e un sito in Pennsylvania via satellite . L'Italia è stato il terzo paese europeo a connettersi, dopo Norvegia e Inghilterra.

L'evento però non fece assolutamente notizia, per due motivi: uno è che a parte le poche persone che se ne erano occupate, in Italia nessuno aveva la minima idea di che cosa si trattasse, e l'altro è che proprio in quei giorni l'attenzione dei media era tutta concentrata su una cosa che era successa a Chernobyl.

Nel 1987 il CNR registrò il primo dominio italiano (cnuce.cnr.it). Da noi ci sarebbero voluti ancora alcuni anni prima dell'esplosione di Internet. Oggi l'Italia è il decimo paese al mondo nella classifica dei domini iternet.

A questo punto della storia, internet non aveva ancora prodotto nessun impatto sociale. Era ancora roba esclusiva, e tutte le energie erano orientate all'esplorazione delle enormi potezialità che offriva.

Eppure, già allora qualcuno tra gli stessi addetti ai lavori aveva iniziato ad intravedere qualche ombra. In un documento tecnico del 1975 (RFC 686) appare infatti una frase sibillina:

“If you have a secret, dont' keep it on the ARPANET”



— Fine primo atto —


2026/02/10 22:38 · piteco

Perché gli inglesi non ci capiscono?

Molti di noi avranno sentito dire o sperimentato di persona come gli inglesi a volte diano l'impressione di “fare finta di non capire” quando uno straniero si rivolge a loro.

Quando un turista inglese ci chiede qualcosa in un italiano orrendo, spesso riusciamo a ricostruire cosa intendeva dire senza troppe difficoltà. Però se siamo noi a parlare con loro non succede altrettanto, anzi.

Agli italiani in particolare sembra molto strano che un inglese non riesca a capire una parola solo perchè non è stata pronunciata correttamente.
Sembra che gli inglesi o non vogliano fare il minimo sforzo per venire incontro a uno straniero (presuntuosi), oppure che non ci arrivino per qualche tara genetica (ottusi), o peggio ancora che lo facciano addirittura apposta (stronzi).

Come si spiega tutto questo?

Come tutti i popoli, anche gli inglesi hanno una certa quantità di questi tre tipi di persone (se pensiamo alla Brexit verrebbe da dire che ne hanno fin troppi).

Però anche escludendo presuntuosi,ottusi e stronzi il problema rimane: qualsiasi inglese sembra privo di quel minimo di elasticità mentale necessario per interpretare una pronuncia un po' sbilenca.

Per capire come mai bisogna considerare almeno due fattori, linguistici e culturali.

Fonetica

Il problema di fondo è che l'inglese è molto meno fonetico dell'italiano. Questo termine si usa per indicare il grado di corrispondenza tra un suono (fonema) e la sua rappresentazione scritta (grafema).

Nel caso dell'italiano la corrispondenza è molto alta, infatti si usa dire che “si legge come si scrive” (non è vero al 100% ma ci manca poco).
Un italiano riesce a riconoscere facilmente una parola pronunciata male perché tra suono e ortografia esiste una relazione molto stabile.

Per l'inglese invece la corrispondenza fonema/grafema è molto bassa: ad un dato suono possono corrispondere più forme scritte diverse (e viceversa).

Dal punto di vista pratico, questa differenza significa che:

  • un italiano che ascolti per la prima volta una parola che non conosce (es. misoneista6)) sarà comunque in grado di scriverla (e viceversa).
  • un inglese che ascolti per la prima volta una parola che non conosce sarà difficilmente in grado di scriverla (e viceversa). Tra parentesi, questo è anche il motivo per cui gli inglesi chiedono spesso lo spelling delle parole.

Ad aumentare le difficoltà poi ci pensano le vocali. In italiano le cinque vocali possono essere associate a sette fonemi. In inglese invece i suoni delle vocali arrivano fino a venti.
Questo vuol dire che se un suono si allontana troppo da quello corretto, per l’orecchio inglese può non essere più una semplice variazione accettabile e diventare invece un altro fonema e quindi una parola diversa o addirittura non interpretabile.

Un esempio per chiarire: in italiano la 'lunghezza' delle vocali è quasi irrilevante, ma in inglese può cambiare completamente la parola:

  • ship vs. sheep
  • bit vs. beat
  • full vs. fool

Il fatto poi che la coppia di vocali “ea” possa essere pronunciata in 13 modi diversi la dice lunga.

Ritmo del linguaggio

Ma non è finita qua. C'è ancora un'altra complicazione: il “ritmo” o temporizzazione (isocronia) del linguaggio.

Secondo lo studioso Arthur Lloyd James esistono due grandi categorie di lingue:

  • Nelle lingue isosillabiche (syllable-timed) è costante la durata di ogni sillaba; ne consegue che la durata di una frase è proporzionale al numero di sillabe. L'italiano è in questa categoria.
  • Nelle lingue isoaccentuali (stress-timed) è costante la distanza tra le accentuazioni; ne consegue che la durata di una frase è proporzionale al numero di accentuazioni. L'inglese è in questa categoria. Occhio a non confondere l'accentuazione con l'accento: essa si riferisce infatti alle parti della frase che vengono “enfatizzate” (stressed).

Una spiegazione più accessibile ai comuni mortali è che le lingue ritmate sulle sillabe suonano “a mitraglia”, come una pioggia continua di sillabe di durata costante, mentre quelle ritmate sulle accentuazioni suonano come un “codice Morse”, con sillabe di durata variabile.

L'esempio che segue è preso dallo spassoso libro "Inglese - lezioni semiserie" di Beppe Severgnini e rende perfettamente l'idea di come funziona l'inglese:

Citazione da Severgnini:

  1. SMALL CATS EAT LESS (4 sillabe - 4 accentuazioni)
  2. ARCHibald MacALLister is TRAVelling to BenBECula (16 sillabe - 4 accentuazioni)

Un italiano si aspetta che la seconda frase duri quattro volte più della prima, dal momento che è quattro volte più lunga. Invece un inglese le pronuncia più o meno nello stesso tempo, e non lo fa per fare dispetto a voi.

Succede che in inglese tutte le parti che non sono enfatizzate vengono sminuite fino ad essere quasi 'mangiate', e spesso vengono ridotte al suono neutro chiamato “schwa”, che è in effetti il suono più comune della lingua inglese.
Questo è il motivo per cui anche chi conosce abbastanza inglese per leggere o scrivere trova comunque difficoltà a comprendere il parlato.

Nell'introduzione alla sua commedia “Pigmalione” (da cui venne poi tratto il famoso film “My Fair Lady”, George Bernard Shaw disse “E' impossibile per un Inglese aprire bocca senza riuscire a farsi detestare da un altro Inglese”.

Si riferiva all'accento, e infatti per gli inglesi l'accento è una questione maledettamente seria. Storicamente infatti in Inghilterra l'accento è sempre stato un indicatore di classe sociale e background etnico. Nel tempo questa associazione accento=classe sociale ha generato stereotipi, gerarchie e discriminazioni che continuano ad avere un peso rilevante ancora oggi, tanto che esiste un sito (progetto Accent Bias in Britain) dedicato allo studio dei pregiudizi legati all'accento ed agli effetti che hanno sulla società inglese.

Questa sorta di hit-parade degli accenti vede in testa quelli usati dalle classi sociali agiate e in coda quelli usati dalle classi povere. L'accento imperfetto di uno straniero va a finire inevitabilmente in fondo alla classifica.

In un contesto del genere, uno straniero che parla un inglese stentato può fare scattare automaticamente un pregiudizio sociale negativo.


Concludendo

Non è vero che gli inglesi sono rimbambiti (non tutti almeno). Quando noi ci rivolgiamo ad un inglese pronunciando male le parole, egli può essere effettivamente incapace di capire, a causa di tutte le particolarità che abbiamo descritto.

L'inglese è una lingua altamente sensibile alle variazioni fonetiche, e questo richiede a un non madrelingua molto più lavoro per riuscire a farsi comprendere in modo soddisfacente.

A chi interessasse approfondire, questo articolo How phonetic is English? fa capire benissimo quale abisso di complessità sia la lingua inglese.

Buon divertimento!

2026/01/24 11:35 · piteco

Canti di Natale

Nel periodo delle feste capita spesso di sentire i classici canti natalizi dappertutto, alla radio, alla tele o in strada. In particolare, milioni di telefonini vengono inondati da orrendi GIF (animati e non) di babbi natale, nevicate, cuccioli col cappello rosso, renne, slitte e rime stucchevoli.

A volte però nel mucchio capita di trovare delle perle, come mi è capitato negli ultimi due Natali.

Dicembre 2024. Da qualche parte in Romania, un gruppo di ragazzi delle medie esegue un canto di Natale (colind) chiamato “Galbena gutuie” (Mela cotogna gialla). Qualcuno registra un video. Il video viaggia su Whatsapp ed arriva a Viola che me lo fa vedere, e rimango colpito sia dalla canzone quanto dalla bravura della bambina che fa la solista.

Vengo così a sapere che il testo è una poesia di Adrian Păunescu dal titolo “Colindul gutuii din geam” (Il canto delle mele cotogne alla finestra).

La poesia racconta il sapore perduto di un'infanzia povera, quando per Natale la madre aveva solo delle mele cotogne da mettere sulla finestra a maturare come unico addobbo natalizio. Il solo colore giallo intenso dei frutti era sufficiente a dare gioia ai bambini, sembrava riempire di luce la stanza e promettere protezione da tutti gli inverni a venire. Ma col passare degli anni il bambino sente che insieme alla gioia appare anche una sottile malinconia. Ormai invecchiato, il bambino di un tempo vede ancora le mele brillare sulla finestra, ma ora non gli resta altro che la nostalgia dei momenti e degli affetti perduti.

Con le sue parole Păunescu riesce a trasmettere tutta la forza che può avere la malinconia. In seguito, la musicista Nika Zaharia ha completato l'opera mettendo i versi in musica .

In rete è possibile vedere e ascoltare molte interpretazioni di questa canzone, e nelle esibizioni dal vivo si vede che spesso gli spettatori si commuovono e piangono.

Per chi legge il rumeno: Colindul gutuii din geam.

Un po' come nell'Effetto Farfalla, quindi, è successo che un piccolo coro di ragazzini in Romania ha fatto scoprire una bellissima poesia ad un povero piteco in Italia.

Dicembre 2025. Sempre da qualche parte in Romania, un altro gruppetto di ragazzi, questi un po' più grandicelli, canta un altro colind in un corridoio dalle luci trabballanti. Anche qui qualcuno fa un video, che va su whatsapp e che dopo un po' mi ritrovo a guardare:

Il coretto nel corridoio

Come in un deja vu dell'anno prima, cado a terra fulminato per la bellezza della canzone e per la bravura della solista.

Parte così una nuova ricerca per scoprire di cosa si tratta perchè a differenza dell'anno precedente abbiamo solo un vago indizio sul possibile titolo. Dopo lunghe ricerche, riesco ad individuare il pezzo, e anche qui c'è dietro una storia interessante.

Si tratta di un canto conosciutissimo (da tutti tranne me a quanto pare). Oggi è noto soprattutto come “Carol of the Bells” , ma in realtà è la versione americana di un antico canto rituale ucraino che risale a tempi pre-cristiani (quindi nulla a che fare col Natale) chiamato Ščedryk, che significa “Serata di abbondanza” . Si credeva avesse poteri magici e veniva cantato quando arrivavano le rondini in Marzo, per celebrare l'arrivo della primavera.

Il tutto è rimasto per secoli racchiuso nel folklore ucraino e rischiava di finire perduto, ma nel 1910 il compositore Mykola Leontovyč intraprese un lavoro di studio e recupero di canti folcloristici, e dopo anni di lavoro pubblica nel 1916 una raccolta di canzoni tra cui c'è anche Ščedryk. Leontovyč aveva anche potuto ascoltare come veniva cantato e scrisse anche la base musicale di sole quattro note che rispecchia il ritmo originale. La versione di Leontovyč venne eseguita per la prima volta il 29 dicembre 1916 a Kiev da un coro di studenti universitari, ed ebbe un grande successo.

Dopo pochi mesi però l'esistenza non solo dei canti folkloristici ma dell'intero patrimonio culturale ucraino venne di nuovo messa a rischio in seguito alla rivoluzione di Ottobre. L'Ucraina dichiarò l'indipendenza dalla Russia ma durò solo un paio di anni prima di venire inglobata nell'Unione Sovietica (anche allora la Russia dichiarava che l'Ucraina non esisteva, proprio come sta succedendo di nuovo oggi). Nel 1919 l'Ucraina inviò il suo Coro nazionale in una serie di tournèe all'estero per supportare la lotta per l'indipendenza dell'Ucraina.

Mentre le sue canzoni venivano apprezzate in tutta Europa, Leontovyč venne assassinato nel 1921 da un agente bolscevico. Nel 1922 il coro nazionale ucraino arrivò anche negli Stati Uniti, dove Ščedryk colpì l'attenzione di Peter Wilhousky, un compositore americano di origine russa. Wilhousky ne acquistò i diritti e creò una versione in inglese trasformando le parole in canto natalizio. Venne pubblicata nel 1936 col titolo di “Carol of the Bells”.

Il pezzo ebbe un successo enorme in America e successivamente si diffuse in tutto il mondo. Io non ne ho saputo una mazza fino a ieri, ma grazie al coretto nel corridoio ho potuto colmare la lacuna.

Se vi è piaciuto il coretto, gustatevi anche il corone di Vilnius che canta la versione originale:




P.S. Il coretto del corridoio canta una versione in rumeno, ma la parte vocale della cantante coi capelli rossi è in ucraino.


2025/12/26 18:59 · marco

Libri da non leggere

Un paio di anni fa, in un borsone di libri recuperato da un trasloco avevo trovato un libretto dal titolo un po' inquietante, che era stato messo da parte e finito semi dimenticato fino a quando un mesetto fa il gruppo di lettura della biblioteca ha proposto un ciclo di letture in vista del giorno internazionale contro la violenza sulle donne che ricorre il 25 Novembre. E' sembrata l'occasione giusta per provare a indagare un po' sull'argomento, in particolare su alcune delle possibili cause di un problema che ha origini antiche.

Si tratta di un libretto pubblicato nel 1900 dallo psichiatra tedesco P.J. Moebius, dal titolo L'inferiorità mentale della donna.

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Prima di entrare nello specifico faccio una piccola digressione che tornerà utile più avanti.

Il 22 Marzo del 1946 il settimanale The Tribune pubblicava un articolo di George Orwell dal titolo "In Front of Your Nose". L'articolo parla della capacità umana di ignorare verità e realtà ovvie che sono proprio davanti a noi.
Spesso infatti le persone scelgono di non vedere o negare fatti palesemente evidenti, soprattutto quando questi sono in conflitto con i loro interessi politici, etici, sociali o religiosi.

Il senso generale dell'articolo era mirabilmente sintetizzato in una sola frase: “Vedere ciò che ci sta sotto il naso richiede uno sforzo costante”.
Queste 'miopie selettive' possono durare anche a lungo ma i problemi che cercano di nascondere prima o poi presentano sempre il conto.

Tra i molti cambiamenti introdotti dalla rivoluzione industriale dell'800 ci sono state anche le prime prese di coscienza della condizione femminile (PDF), che con le sue idee aveva iniziato a creare nuove tensioni sociali. La società dell'epoca cercò di reprimere i tentativi di emancipazione delle donne anche attraverso pubblicazioni pseudoscientifiche come questa.

Altri esempi di libri simili


E' in questo contesto che Moebius scrive il suo libretto, dove cerca di giustificare l'inferiorità della donna da un presunto punto di vista scientifico, sostenendo in breve che

  • le donne hanno limitazioni intellettuali intrinseche rispetto agli uomini
  • queste limitazioni sono dovute a differenze di natura biologica ed evoluzionistica
  • le capacità mentali delle donne sono naturalmente orientate soltanto sul ruolo domestico e riproduttivo

Non sarei capace di descrivere il contenuto di questo libro, leggete direttamente alcuni estratti coi vostri occhi:

L'intero libro viaggia su questo tono, con tanto di richiami agli studi del suo degno contemporaneo Cesare Lombroso.

La sola lettura degli stralci sopra è sufficiente a suscitare un senso di repulsione. Le sciocchezze sono tante e tali che dopo un po' non fanno nemmeno più ridere.

Di interessante c'è solo l'introduzione di Franca Ongaro Basaglia e poi la quarta di copertina che riassume bene tutto il contenuto del libro in questa frase:

Ma per quanto possano apparire grotteschi oggi questi discorsi, essi restano tuttavia il fondamento della nostra cultura. Mascherati, trasformati, tradotti in un diverso linguaggio, tendono a riprodurre una pratica identica nella sostanza, continuando a giocare sull'interiorizzazione da parte della donna di queste teorie che definiscono i limiti naturali della sua presenza nel mondo


Questa interiorizzazione che Moebius & Co. cercano di alimentare viene da lontano. Le religioni hanno avuto un ruolo fondamentale nella creazione di una realtà di comodo in cui la donna deve essere sempre rigidamente sottomessa all'uomo.

Si tratta appunto di uno scenario che abbiamo sotto il naso da due o tremila anni, ma bisogna sforzarsi per vederlo. Quando oggi si parla di violenza sulle donne sembra che ci sia una tendenza a cercare spiegazioni solo nei cambiamenti recenti della società. L'esplosione della violenza è certamente recente, ma questo non significa che anche le sue cause siano recenti.

Alcuni dei semi da cui ha origine questo problema sono stati piantati dalla religione. Nei testi sacri ci sono parole che hanno lavorato nei secoli per costruire una gabbia intorno alle donne.

Alcuni esempi:

Timoteo 2:11-15

  • 11 La donna impari in silenzio con ogni sottomissione
  • 12 Non permetto alla donna di insegnare, né di usare autorità sull'uomo; essa stia in silenzio.
  • 13 Infatti Adamo fu formato per primo, e poi Eva;
  • 14 e Adamo non fu sedotto; ma la donna, essendo stata sedotta, cadde in trasgressione.
  • 15 Tuttavia sarà salvata partorendo figli, se persevererà nella fede, nell'amore e nella santificazione con modestia.

Efesini 5:22-24

  • 22 Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore;
  • 23 il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo.
  • 24 E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.

Corinzi 11:3

  • Ma voglio che sappiate che il capo di ogni uomo è Cristo, che il capo della donna è l'uomo e che il capo di Cristo è Dio.

Nella religione ebraica esiste una preghiera che tutti gli uomini recitano ogni mattino, che dice:

Shelo Asani Isha

Benedetto sei tu, Signore, nostro Dio, sovrano dell'universo, che non mi hai creato donna

Notare che la versione per le donne di questa preghiera è leggermente diversa, loro infatti ringraziano Dio per “essere state create secondo la sua volontà”..:-|

Parole come queste, scritte nei libri 'sacri' (e quindi immutabili) sono state insegnate ai bambini per secoli ed hanno avvelenato le menti di ogni generazione. Dichiarano una condanna senza appello contro tutte le donne e per tutta l'eternità. Questo è il “fine pena mai” per antonomasia… altro che le colpe dei padri non ricadano sui figli (Ezechiele 18:20), sempre per rimanere in tema bibilico7).

Di solito le obiezioni alle critiche come questa sono che le scritture devono essere interpretate. Ci potrebbe anche stare, ma chi decide quali sono le parti da interpretare, e quali sono le interpretazioni corrette? E se da interpretare non ci fosse proprio nulla? L'unico fatto certo è che al di là di qualunque interpretazione le parole scritte restano quelle.

Insomma, La religione non è certo nè la prima nè l'unica causa della violenza sulle donne, ma non si può neanche pretendere che non c'entri nulla.

Non c'è quindi tanto da stupirsi se a forza di insistere parte di queste narrazioni negative siano davvero state interiorizzate dalle donne stesse, specialmente in certe parti del mondo. Lo si può vedere in statistiche come questa sulla percentuale delle donne tra i 15 e i 49 anni che pensano che il marito/partner abbia ragione ad usare violenza sulla moglie/partner in certe circostanze, relativa ai paesi islamici:


Si potrebbe anche aggiungere che oltre a quelli come Moebius che si impegnavano a convincere le donne stesse a considerarsi inferiori, c'era anche chi era meno obliquo e andava dritto alle conclusioni: nel Manifesto del Futurismo di Marinetti del 1909 il punto 9 dichiara:

Manifesto del Futurismo

9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna


E' possibile che i vari Moebius, Marechal, Marinetti e compagnia agissero semplicemente per pura misoginia.

E' anche possibile che invece agissero solo per sostenere ed estendere idee che erano già state inserite preventivamente nelle teste di tutti (comprese le loro) anche da parte della religione.

E può anche essere che agissero per entrambi i motivi. Comunque sia il risultato è che con il loro lavoro hanno contribuito ad alimentare una visione del mondo falsa e tossica.

Ma come osservava Orwell, la pressione delle realtà negate aumenta di continuo. Se ignorate abbastanza a lungo (pur rimanendo sotto il naso di tutti), finiscono per esplodere da sole in modo traumatico (crisi economiche o sociali, guerre).

Il quadro non è dei migliori, quello che accade oggi è grave ma bisogna ricordare che c'è stato anche di peggio. La caccia alle streghe è stata una strage di donne organizzata e legalizzata che è durata la bellezza di trecento anni (e qui la religione c'entrava, e come).

E' evidente che nel corso della storia le donne non se la siano mai passata proprio benissimo. La questione di oggi è molto complessa, molte delle sue cause possono essere difficili da afferrare e analizzare, ma alcune non sono nemmeno nascoste: ce le abbiamo sotto il naso da oltre duemila anni.

Chiudo con una semplice domanda: se certe discriminazioni dogmatiche e assurde come quelle che abbiamo visto venissero condannate e cancellate, il mondo diventerebbe un posto migliore o peggiore?


Ma ora tenetevi forte: il libro di Moebius è nuovamente attuale!

Si dà il caso infatti che Veronica Pivetti stia portando in giro uno spettacolo chiamato proprio L'inferiorità mentale della donna, basato appunto sul libretto del simpatico Moebius.

Quindi il modo migliore per esorcizzare le stupidaggini di Moebius è quello di prenotare un biglietto: A Genova il 25 Febbraio 2026, Politeama Genovese.


Il libro è sicuramente da non leggere, ma lo spettacolo è probabilmente da non perdere.

ASCII���Screenshot


2025/08/22 15:19 · wikimaster

1)
Advanced Research Projects Agency
2)
il termine “pacchetto” lo propose alcuni anni dopo Donald Davies in Inghilterra, che giunse praticamente allo stesso risultato ma in modo indipendente
3)
protocolli TCP/IP
4)
Domain Name System, o DNS
5)
Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico del Consiglio Nazionale delle Ricerche
6)
persona assolutamente contraria ad ogni innovazione, cambiamento o novità
7)
Anche questo fortemente sospetto: cita esplicitamente solo i padri, lasciando la porta aperta all'idea che lo stesso possa non valere per le madri. Avrebbero potuto scrivere “le colpe dei genitori” ma l'esclusione delle madri non è casuale: rispecchia esattamente la considerazione in cui erano tenute le donne
  • Ultima modifica: 2025/11/19 16:56